I no come programma
Lo sciopero generale politico contro il governo e la maggioranza parlamentare, in relazione a provvedimenti legislativi non graditi al sindacato, non è una novità. Basta ricordare quello contro il taglio ai punti di scala mobile degli anni Ottanta e quello contro la riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi nel 1994, per rendersene conto. Lo sciopero, così, esce dal suo alveo e concede al sindacato la connotazione di soggetto politico extra parlamentare. Ma la situazione nel passato era diversa, perché la contestazione riguardava un tema specifico.
14 AGO 20

Lo sciopero generale politico contro il governo e la maggioranza parlamentare, in relazione a provvedimenti legislativi non graditi al sindacato, non è una novità. Basta ricordare quello contro il taglio ai punti di scala mobile degli anni Ottanta e quello contro la riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi nel 1994, per rendersene conto.
Lo sciopero, così, esce dal suo alveo e concede al sindacato la connotazione di soggetto politico extra parlamentare. Ma la situazione nel passato era diversa, perché la contestazione riguardava un tema specifico su cui si mobilitavano i lavoratori e i pensionati, aderenti alla Cgil o a essa simpatizzanti in nome dell’unità nella lotta per il lavoro. All’epoca di Giuseppe Di Vittorio, in cui la Cgil era ancora marxista, essa scioperò contro i governi De Gasperi, proponendo un suo piano del lavoro di stampo quasi keynesiano. E anche dopo aver messo Marx in soffitta, la Cgil da Bruno Trentin, a Luciano Lama, e ancora con Guglielmo Epifani, se indiceva uno sciopero generale presentava una plausibile strategia di politica economica.
Ma ora la Cgil capitanata da Susanna Camusso sciopera contro il decreto di ferragosto, opponendosi a tutte le norme, salvo l’aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie e presentando un elenco sterminato di no, fra di loro contraddittori. Viene bocciato nella sua interezza l’articolo 8 sulla contrattazione periferica compresa la flessibilità applicativa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma vengono criticati anche tutti i tagli alle spese, tutte le misure fiscali diverse da quelle sulle rendite finanziarie e le (poche) privatizzazioni e liberalizzazioni.
C’è anche un no a qualsiasi modifica all’Iva, alle pensioni, alla sanità. Il piano alternativo prevede un’imposta dell’1 per cento sui grandi immobili con imponibili da 800 mila euro in su che dovrebbe dare 12 miliardi annui e un’altra sulle grandi fortune, sempre sopra gli 800 mila euro che ne darebbe altri 15 annui, con uno spostamento al 2015 dell’impegno al pareggio del bilancio.
Un programma finanziariamente impossibile, che nasconde appena il fatto che in questa Cgil non c’è più una linea, ma solo una somma di interessi corporativi che propongono idee che possono soltanto peggiorare le condizioni dell’Italia.
Lo sciopero, così, esce dal suo alveo e concede al sindacato la connotazione di soggetto politico extra parlamentare. Ma la situazione nel passato era diversa, perché la contestazione riguardava un tema specifico su cui si mobilitavano i lavoratori e i pensionati, aderenti alla Cgil o a essa simpatizzanti in nome dell’unità nella lotta per il lavoro. All’epoca di Giuseppe Di Vittorio, in cui la Cgil era ancora marxista, essa scioperò contro i governi De Gasperi, proponendo un suo piano del lavoro di stampo quasi keynesiano. E anche dopo aver messo Marx in soffitta, la Cgil da Bruno Trentin, a Luciano Lama, e ancora con Guglielmo Epifani, se indiceva uno sciopero generale presentava una plausibile strategia di politica economica.
Ma ora la Cgil capitanata da Susanna Camusso sciopera contro il decreto di ferragosto, opponendosi a tutte le norme, salvo l’aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie e presentando un elenco sterminato di no, fra di loro contraddittori. Viene bocciato nella sua interezza l’articolo 8 sulla contrattazione periferica compresa la flessibilità applicativa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma vengono criticati anche tutti i tagli alle spese, tutte le misure fiscali diverse da quelle sulle rendite finanziarie e le (poche) privatizzazioni e liberalizzazioni.
C’è anche un no a qualsiasi modifica all’Iva, alle pensioni, alla sanità. Il piano alternativo prevede un’imposta dell’1 per cento sui grandi immobili con imponibili da 800 mila euro in su che dovrebbe dare 12 miliardi annui e un’altra sulle grandi fortune, sempre sopra gli 800 mila euro che ne darebbe altri 15 annui, con uno spostamento al 2015 dell’impegno al pareggio del bilancio.
Un programma finanziariamente impossibile, che nasconde appena il fatto che in questa Cgil non c’è più una linea, ma solo una somma di interessi corporativi che propongono idee che possono soltanto peggiorare le condizioni dell’Italia.